Nei giorni successivi al 7 ottobre 2023, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres si è affrettato a sottolineare come gli attacchi terroristici condotti da migliaia di miliziani provenienti dalla Striscia di Gaza — che si sono scagliati contro gli abitanti dei kibbutz israeliani confinanti con l’enclave e i partecipanti del Nova Festival, perpetrando violenze di ogni tipo (di cui sono stati vittime anche i cadaveri); le immagini dei corpi carbonizzati hanno fatto il giro del mondo; in quel giorno non solo sono state uccise più di milleduecento persone, ma sono stati anche rapiti 251 ostaggi (e alcuni dei loro corpi non sono ancora stati restituiti, perché dispersi, sembra, nella devastazione di Gaza) — «non siano accaduti dal nulla».
In seguito a queste parole non sono mancate le — giustissime — risposte di condanna da parte di chiunque abbia un minimo di buonsenso. In seguito a queste sue parole, ad António Manuel alcuni hanno anche chiesto di dimettersi.
Oltre a Guterres sono stati tanti quelli che hanno parlato, prima e dopo di lui, di “contestualizzare” il 7 ottobre; finendo talvolta per giustificare, de facto, ciò che è avvenuto quel giorno.
Più in generale si potrebbe parlare per ore del doppio standard applicato verso Israele dai suoi nemici. Un doppio standard che rende ogni cosa fatta dallo stato ebraico sbagliata a prescindere, ed ogni cosa fatta da un qualsiasi gruppo di terroristi — omofobi, misogeni, antisemiti e chi più ne ha più ne metta — da verificare, o più in generale, appunto, “da contestualizzare”.
Finito questo necessario preambolo, arriviamo dunque a quella che è la questione che in questo articolo voglio affrontare.
Giovedì 13 novembre, un gruppo di estremisti israeliani ha vandalizzato e appiccato il fuoco ad una moschea nella località di Deir Istiya, nell’area di Giudea e Samaria (la volgarmente detta Cisgiordania). Due giorni prima, martedì, dozzine di altri hanno attaccato una zona industriale, successivamente scontrandosi addirittura con soldati delle IDF.
Le reazioni di condanna sono state più forti del solito, anche all’interno della stessa élite — anche militare — israeliana. Gli Stati Uniti, tramite il segretario di stato Marco Rubio, hanno espresso preoccupazioni riguardo al fatto che la violenza dei coloni potrebbe complicare il già fragile cessate il fuoco a Gaza.
Immagine satellitare di Deir Istiya — Google Earth
In un articolo pubblicato ieri (14/11/25) sul Riformista, l’avvocato Iuri Maria Prado compie lo stesso — disgustoso — errore che egli stesso imputa in molte occasioni a chi critica Israele per ogni sua azione.
Nel suo articolo, Prado dice che gli attacchi di cui sopra «non sono imprevedibili turbative che alterano una condizione di sicurezza accettabile: sono conati di incendio in un territorio sociale infiammabilissimo». Insomma, come potremmo dirla in un altro modo… “non sono capitate dal nulla”.
L’articolo, pur condannando le “intollerabili” aggressioni, dice che, però, queste «rappresentano il dato più appariscente, ma in realtà meno grave» di quello che è il contesto generale. Insomma, un po’ come gli atti terroristici che secondo i pro-Pal andrebbero “contestualizzati”.
Perché bisogna sempre utilizzare lo schema del “sì, ma”, “sì, però”, senza mai essere in grado di dire “sì.”?
Ammesso e non concesso che quello delle violenze perpetrate da alcuni israeliani a danno delle comunità palestinesi sia considerabile come un problema secondario (perché è questo che l’articolo fa intendere), possiamo noi affermare che in uno stato democratico, ispirato ai valori occidentali — primo fra tutti lo stato di diritto — queste azioni vanno condannate “punto”?
Perché Prado, dopo aver definito come intollerabili le «sconsiderate aggressioni» dei c.d. coloni e aver detto che queste vanno «impedite e represse», sente il bisogno di affermare i soliti “sì, però”, “sì, ma”, “in realtà”?
Qual è la differenza tra il bisogno di Prado di contestualizzare questi attacchi — rispetto ad un «territorio sociale infiammabilissimo» e ad una certa componente palestinese che «continua a concepire il proprio diritto di autodeterminazione come diritto di contestare e mettere in pericolo l’esistenza del dirimpettaio» — e il bisogno speculare di coloro che “contestualizzano” gli attacchi terroristici condotti contro lo Stato di Israele?
L’articolo continua dicendo che affinché Israele venga convinta «a mollare la presa», bisogna dimostrarle che il ritiro israeliano da quei territori non sia ciò che permetterebbe una «altra Gaza» in Cisgiordania. Questa però è, a mio parere, un’altra questione, che è da affrontare in un tavolo negoziale e che riguarda il chi deve avere sovranità e dove. Quello che deve fare una liberaldemocrazia Occidentale — quale lo Stato Ebraico è — in questa situazione, però, prescinde da chiunque ci sia dall’altra parte: chi si macchia di questi crimini, infangando il nome dell’Occidente e dei suoi valori deve essere, da chi quei valori difende, preso e processato (seguendo tutte le garanzie del caso).
Chi condanna l’incoerenza solo quando gli conviene, per difendere qualcuno ad ogni costo, non è un amico: è un tifoso. E la democrazia non ha bisogno di tifosi. Ha bisogno di saper riconoscere e reprimere la violenza criminale. Se l’Occidente vuole mantenere la propria credibilità, non può permettersi doppi standard. Nemmeno quando riguardano chi gli è più vicino.
Il seguente è il discorso, la testimonianza rilasciata all’ONU da Eli Sharabi, ostaggio israeliano rilasciato l’8 Febbraio 2025, 491 giorni dopo il suo rapimento in quel sabato 7 di Ottobre che non scorderà mai.
Mi chiamo Eli Sharabi. Ho 53 anni. Sono tornato dall’inferno. Sono tornato per raccontare la mia storia.
Vivevo nel kibbutz Be’eri con mia moglie Leanne, nata in Gran Bretagna, e le mie figlie Noya e Yahel. Era una comunità bellissima. Eravamo tutti appassionati nel creare la vita migliore per i nostri figli e per i nostri vicini. A 16 anni, ho lasciato Tel Aviv per Be’eri, cercando una casa tranquilla lontano dalla città di cemento. Ho trovato una comunità amorevole e ho capito che avrei cresciuto lì la mia famiglia. Molti si chiedevano perché vivessimo vicino a Gaza, ma per me Be’eri era il paradiso.
Leanne veniva da Bristol, nel Regno Unito, come volontaria. Doveva restare solo pochi mesi, ma mi ha incontrato e ci siamo innamorati. Siamo stati sposati per 23 anni e abbiamo avuto due meravigliose figlie e un cane, Mocha.
Il 7 ottobre, il mio paradiso si è trasformato in inferno. Le sirene hanno iniziato a suonare. I terroristi di Hamas hanno invaso, e sono stato strappato via dalla mia famiglia, per non vederla mai più. Per 491 giorni, sono stato tenuto per lo più sottoterra nei tunnel del terrore di Hamas, incatenato, affamato, picchiato e umiliato. Sono stato tenuto prigioniero nell’oscurità, isolato dal mondo, dai terroristi di Hamas.
Si compiacevano della nostra sofferenza. Sono sopravvissuto con avanzi di cibo, senza cure mediche e senza pietà. Quando sono stato rilasciato, pesavo solo 44 chili. Avevo perso più di 30 chili, quasi la metà del mio peso corporeo. Per 491 giorni, mi sono aggrappato alla speranza. Immaginavo la vita che avremmo ricostruito. Sognavo di rivedere la mia famiglia. Solo quando sono tornato a casa, ho appreso la verità. Mia moglie e le mie figlie erano state assassinate dai terroristi di Hamas, il 7 ottobre.
Sono qui oggi, a meno di sei settimane dal mio rilascio, per parlare a nome di coloro che sono ancora intrappolati in quell’incubo. Per mio fratello Yosi, assassinato durante la prigionia di Hamas, il cui corpo è ancora tenuto in ostaggio. Per Alon Ohel, ancora 50 metri sottoterra: gli ho giurato che avrei raccontato la sua storia. Per Hori, Edin, Carmel, Al Morgan e Alexander, assassinati a sangue freddo dai loro carcerieri. Per ogni ostaggio ancora nelle mani di Hamas, sono qui per dirvi tutta la verità.
La mattina del 7 ottobre alle 6:29, gli allarmi rossi hanno iniziato ad arrivare sul telefono di Leanne. Le ho detto di non preoccuparsi. “Finirà presto”, ho detto. Pochi minuti dopo, abbiamo sentito che i terroristi si stavano infiltrando nella nostra comunità. Erano all’interno del kibbutz. Di nuovo, l’ho rassicurata: “L’esercito arriverà. Arrivano sempre”. Abbiamo sentito spari, urla, esplosioni, e poi abbiamo sentito un terrorista alla nostra porta. Non avevamo armi, nessun modo per difenderci. Io e Leanne abbiamo deciso che non avremmo opposto resistenza. Speravamo di poter salvare nostra figlia. La porta si è aperta. Il nostro cane ha abbaiato. Il terrorista ha aperto il fuoco. Io e Leanne ci siamo gettati sulle nostre figlie, urlando al terrorista di fermarsi.
Improvvisamente, 10 terroristi erano dentro casa mia. Hanno preso i nostri telefoni. Due di loro mi hanno afferrato. Hanno portato mia moglie e le mie figlie in cucina. Non potevo più vederle. Non sapevo cosa stesse succedendo loro. Urlavo i loro nomi e loro urlavano il mio. Ho detto a Leanne di non aver paura, ma questa era una paura che andava oltre qualsiasi cosa avessi mai provato. Poi ho capito che mi stavano portando via. Mentre mi trascinavano fuori, ho gridato alle mie ragazze: “Tornerò”. Dovevo crederci. Ma quella è stata l’ultima volta che le ho viste. Non sapevo che avrei dovuto dire loro addio per sempre.
Fuori era come una zona di guerra. La mia casa pacifica, il mio angolo di paradiso, non c’era più. Ho visto oltre 100 terroristi filmarsi mentre festeggiavano, ridevano e facevano festa nei nostri giardini mentre massacravano i miei amici e vicini. Mi hanno trascinato fuori. Mi hanno trascinato alla porta del confine, picchiandomi per tutto il tragitto. Avevo il viso gonfio e le costole contuse.
Quando siamo arrivati a Gaza, una folla di civili ha cercato di linciarmi. Mi hanno tirato fuori dall’auto, ma i terroristi mi hanno portato di corsa in una moschea. Ero il loro trofeo. Ho pensato a Leanne, Noa e Yahel. Erano ancora vive? Per i primi 52 giorni, sono stato tenuto in un appartamento. Ero legato con delle corde. Le mie braccia e le mie gambe erano legate così strette che le corde mi hanno lacerato la carne. Non mi hanno dato quasi cibo, né acqua, e non riuscivo a dormire. Il dolore era insopportabile. A volte svenivo per il dolore, solo per risvegliarmi con quel dolore, ancora e ancora.
Poi, il 27 novembre 2023, Hamas mi ha portato in un tunnel a 50 metri di profondità. Di nuovo, le catene erano così strette che mi hanno lacerato la pelle. Non le hanno mai tolte, nemmeno per un momento. Quelle catene mi hanno lacerato fino al giorno in cui sono stato rilasciato. Ogni passo che facevo non superava i 10 cm. Ogni camminata verso il bagno durava un’eternità. Non posso nemmeno iniziare a descrivere l’agonia. Era un inferno.
Mi davano un pezzo di pita al giorno, forse un sorso di tè. La fame consumava tutto. Mi hanno picchiato. Mi hanno rotto le costole. Non mi importava. Volevo solo un pezzo di pane. Non c’era mai abbastanza cibo. A volte, se imploravamo abbastanza, ottenevamo qualcosa in più. Dovevamo scegliere un pezzo di pita in più o una tazza di tè. A volte ci lanciavano datteri secchi e sembrava il regalo più grande del mondo. Dovevamo implorare per il cibo, implorare per usare il bagno. Implorare era la nostra esistenza. Facevamo strategie su ogni pasto. Un giorno, mi sono tagliato con un rasoio solo per far loro credere che fossi ferito. Sono svenuto mentre andavo in bagno, così avrebbero pensato che fossi troppo debole e li avrebbero incoraggiati a darci più cibo. Ha funzionato. Ci hanno dato più cibo. Siamo sopravvissuti grazie a quelle piccole vittorie.
Sapete cosa significa aprire un frigorifero? È tutto. Essere in grado di allungare la mano e prendere un frutto, un uovo, un pezzo di pane. Ho sognato questo semplice gesto ogni giorno. Per mesi abbiamo vissuto così. Ho smesso di contare i giorni. Vivendo come ostaggio, non sai come inizierà la giornata né come finirà. Se vivrai o morirai. In qualsiasi momento potrebbero picchiarti. In qualsiasi momento potrebbero ucciderti. Ti svegli ogni giorno e non sai quando potrai mangiare. Potrebbero essere le 12:00, le 17:00, le 23:00. Questo sarebbe l’unico pasto che avremmo. Speri e preghi che non ci siano sorprese con i personaggi. Pensi a quanto disperatamente desideri fare una doccia. Avevamo a disposizione solo un bagno al mese con mezzo secchio di acqua fredda. Dentifricio, carta igienica, dimenticateli. Il terrore psicologico era costante. Ogni giorno ci dicevano: “Il mondo vi ha abbandonato. Nessuno verrà”.
Quando ho incontrato Alon Ohel, che ora ha 24 anni, avevamo già sopportato una terribile prigionia. Facevamo affidamento l’uno sull’altro per sopravvivere. Alon è un pianista di grande talento e ricordo come fingeva di suonare il pianoforte sul suo corpo per mantenere la sua sanità mentale. Non ha più quell’aspetto. Un giorno un terrorista ha sfogato la sua rabbia su di me. Ha fatto irruzione e mi ha picchiato così forte da rompermi le costole. Non sono riuscito a respirare correttamente per un mese. Alon ha cercato di proteggermi con il suo stesso corpo. Non potete immaginare quanto mi sia sentito fortunato quando Alon mi ha detto che aveva conservato una pillola antidolorifica. Me l’ha data per superare la notte. Alon ha ancora una scheggia nell’occhio destro dal giorno in cui è stato rapito. Non ha mai ricevuto cure mediche. Non ha mai visto la Croce Rossa. Ancora oggi è cieco da quell’occhio. Quando sono stato rilasciato, mi ha afferrato, terrorizzato di essere lasciato indietro. Mi ha detto che era felice per me. Gli ho promesso che era solo questione di giorni prima che anche lui tornasse a casa. Mi sbagliavo.
Poco prima del mio rilascio, Hamas ha goduto nel mostrarmi una foto di mio fratello Yosi. Questo è il mio fratello maggiore: marito di Nira, padre di Yuval, Ophir e Oren. Mi hanno detto che era morto. È stato come se mi avessero dato una martellata in testa. Mi sono rifiutato di crederci. Mio fratello Yosi era tutto cuore. Quelli che erano con lui in prigionia mi hanno detto che dava il suo cibo agli altri.
L’8 febbraio 2025 sono stato rilasciato. Pesavo 44 kg. Questo è meno del peso corporeo della mia figlia più giovane, Yahel. Che la sua memoria sia di benedizione. Ero un guscio del vecchio me. Lo sono ancora. Non riuscivo a credere al mio aspetto. Ho partecipato a quella squallida cerimonia di Hamas circondato da terroristi e dalla folla di cosiddetti civili non coinvolti, sperando che mia moglie e le mie figlie mi stessero aspettando. Al momento del passaggio di consegne, ho incontrato un rappresentante della Croce Rossa. Mi ha detto: “Non preoccuparti. Ora sei al sicuro”.
Al sicuro? Come potevano sentirsi al sicuro circondati da mostri terroristi? Dov’era stata la Croce Rossa negli ultimi 491 giorni?
Poi sono arrivato a casa. Mi hanno detto che mia madre e mia sorella mi stavano aspettando. Ho detto: “Portatemi mia moglie e le mie figlie”. Ed è stato allora che ho saputo che non c’erano più. Erano state assassinate.
Sono qui oggi perché sono sopravvissuto e ho prevalso. Ma non è abbastanza. Non quando Alon Ohel è ancora lì. Non quando 59 ostaggi sono ancora lì. In questo momento, Alon è intrappolato sottoterra, solo, circondato da terroristi che lo tormentano. Non sa se rivedrà mai sua madre, suo padre, tutta la sua amata famiglia. Non lo lascerò indietro. Non lascerò indietro nessuno. Il loro tempo è quasi scaduto.
Sono qui davanti a voi ora per rendere la mia testimonianza e per chiedere: dov’erano le Nazioni Unite? Dov’era la Croce Rossa? Dov’era il mondo? So che avete discusso molto spesso della situazione umanitaria a Gaza, ma lasciate che vi dica, come testimone oculare, ho visto cosa è successo a quegli aiuti. Hamas li ha rubati. Ho visto terroristi di Hamas trasportare nel tunnel scatole con gli emblemi dell’ONU e dell’UNRWA. Decine e decine di scatole pagate dai vostri governi che nutrivano i terroristi che mi hanno torturato e assassinato la mia famiglia. Loro facevano molti pasti al giorno con gli aiuti delle Nazioni Unite davanti a noi e noi non ne abbiamo mai ricevuto nulla. Quando parlate di aiuti umanitari, ricordate questo. Hamas mangia come un re mentre gli ostaggi muoiono di fame. Hamas ruba ai civili. Hamas impedisce agli aiuti di raggiungere coloro che ne hanno veramente bisogno.
Quattrocentonovantuno giorni. Questo è il tempo in cui ho patito la fame. Il tempo in cui sono stato incatenato. Il tempo in cui ho implorato umanità. E in tutto questo tempo, nessuno è venuto e nessuno a Gaza mi ha aiutato. Nessuno. I civili a Gaza ci hanno visto soffrire. Hanno acclamato i nostri rapitori. Erano decisamente coinvolti.
Sono stato liberato meno di sei settimane fa. Ho incontrato il Presidente Trump alla Casa Bianca e l’ho ringraziato per aver ottenuto il mio rilascio e quello di molti altri. Apprezzo i suoi sforzi per liberare coloro che sono ancora tenuti in ostaggio da Hamas. Gli ho detto: “Riportateli tutti a casa”. Ho incontrato il Primo Ministro Starmer al numero 10 di Downing Street. Gli ho detto: “Riportateli tutti a casa”. Ora, sono qui davanti a voi alle Nazioni Unite per dire: “Riportateli tutti a casa”. Basta scuse. Basta ritardi. Se siete dalla parte dell’umanità, dimostratelo. Riportateli a casa.
Mi chiamo Eli Sharabi. Non sono un diplomatico. Sono un sopravvissuto. Riportateli tutti a casa. Ora.
Grazie.
Qui sotto potete trovare il video integrale del discorso.
“Abbiamo lavorato all’unisono come un’unica squadra per arrivare a questi accordi”, dice il primo ministro qatariota.
“Tutti hanno lavorato instancabilmente per mesi”, dice Biden, enunciando i successi della sua amministrazione.
Dopo più di quindici mesi di massacri, sofferenze e attese, è successo: l’accordo tra Israele e Hamas è stato raggiunto.
I negoziati hanno sintetizzato un accordo in tre fasi:
(I) fase:
La prima fase, che inizierà il 19 gennaio, è quella del cessate il fuoco, del rilascio degli ostaggi e del ritiro graduale della IDF da aree cruciali della striscia. In più i negoziati in questa fase saranno fondamentali per la definizione di cosa succederà nelle altre due:
“Ali della Libertà” è il nome scelto per la missione per riportare a casa gli ostaggi
– Liberazione di 33 ostaggi (donne, bambini, anziani e malati). – Rilascio di circa 1.000 prigionieri palestinesi. – Ritiro graduale delle forze israeliane a ridosso della frontiera, in particolare dal corridoio di Netzarim e da parte di quello di Philadelphia (sempre stato uno degli elementi che faceva saltare gli accordi). – Ritorno dei civili palestinesi nel nord di Gaza. – Consegna di 600 camion di aiuti umanitari al giorno.
(II) e (III) fase:
La seconda fase sarà quella del ritiro totale di Israele da Gaza e del cessate il fuoco permanente. La terza fase dovrebbe essere quella dell’implementazione di uno stato palestinese internazionalmente riconosciuto e sostenuto che governi sia la Cisgiordania che la striscia.
Ovviamente l’incertezza sul raggiungimento solamente della seconda fase è tanta, troppa. Un punto dolente, il punto dolente, è il possibile disinteressamento di Israele nel fare proseguire i negoziati in seguito al rilascio dello ostaggi. Per la diplomazia Israeliana inoltre “nella situazione attuale, creare uno Stato palestinese vorrebbe dire creare uno Stato con Hamas”.
Il primo ministro qatariota, in conferenza stampa, dice che “il futuro dell’accordo dipenderà dalla volontà delle parti in gioco”. “Le mediazioni continueranno per tutta la prima fase”.
“Se i negoziati dureranno più di sei settimane in cessate il fuoco durerà per tutto il tempo dei negoziati”, dice Biden, che chiude la conferenza stampa dicendosi fiducioso.
Il momento in cui è arrivato questo accordo non è per niente casuale, a cavallo tra la fine dell’amministrazione Biden e il ritorno di Trump. Per il presidente USA è stato fondamentale chiudere la propria amministrazione con qualcosa di sensazionale, che dà al mondo una speranza per il futuro del medioriente, tanto da cancellare la sua ultima visita all’estero, xké doveva essere in Italia. Ma anche il prossimo inquilino della White House ci ha messo del suo. The Donald infatti è stato tra i primi ad annunciare la chiusura dell’accordo, che su Truth annuncia: “WE HAVE A DEAL FOR THE HOSTAGES IN THE MIDDLE EAST. THEY WILL BE RELEASED SHORTLY. THANK YOU”. Il suo avviso rivolto ad Hamas, quello in cui diceva che se gli ostaggi non fossero stati rilasciati entro il 20 gennaio avrebbe “scatenato l’inferno in medioriente”, pare abbia dato i propri frutti.
Joe Biden in conferenza stampa elenca i successi della sua amministrazione: Hamas è più debole che mai. Il Libano ha un nuovo presidente non filo-Hamas. “Dopo oltre 15 mesi di guerra, i leader di Hamas sono morti, molti dei loro guerriglieri sono morti, le loro formazioni militari sono state quasi del tutto annientate e non sanno più dove chiedere aiuto. E alla fine, si sono accordati per il rilascio degli ostaggi. Non c’era nessun altro modo per porre fine a questa guerra se non con un accordo sugli ostaggi”. “Questo accordo fa sì che il popolo di Gaza potrà finalmente riprendersi e ricostruire, potrà guardare ad un futuro senza Hamas al potere”. Infinde dice che oggi “i nostri amici sono più forti, i nostri nemici più deboli”.
Insomma, il mondo festeggia ma, come dicevo prima, l’incertezza è ancora tanta. Vediamo cosa riusciranno a fare i negoziati durante la prima fase. Vero è che cose belle come quelle che devono succedere nella nostra fase non sembrano, purtroppo, appartenere al nostro mondo.
Voglio però concludere l’articolo con una dichiarazione del prossimo presidente USA, colui che prenderà il testimone e soprattutto muoverà le leve della diplomazia mondiale nei prossimi cinque anni. Ci fa paura, è vero. E ce ne farà ancora. Ci stupirà e ci farà arrabbiare e demoralizzare, quando in preda al populismo più sfrenato. Sarà però anche un Donald molto diverso da quello degli ultimi anni, ci riserverà anche delle belle sorprese. Restiamo fiduciosi.
“Continueremo a promuovere la pace attraverso la forza in tutta la regione, mentre ci basiamo sullo slancio di questo cessate il fuoco per espandere ulteriormente gli Storici Accordi di Abramo”. Ci assicureremo*che Gaza non diventi mai più un rifugio sicuro per i terroristi”.